PROLOGO: Il Palazzo Dorato, Principato di Oxàba, Altroregno, Microverso

 

Quando fu eretta, questa costruzione era conosciuta come ‘Il Cuore di Pietra’. Scavata nella roccia costiera sorta da un’antica eruzione, era una fortezza militare, primo baluardo di difesa del futuro Principato. Dalla sua posizione, si controllava l’accesso alle vie portuali, ieri come oggi.

Col tempo, l’avamposto militare si era trasformato nel regno autonomo strategico che era oggi. Il Cuore di Pietra era rimasto una struttura militare nelle sue funzioni, anche dopo essersi trasformato nel cuore politico dell’ex-colonia di Oxàba. Ritrasformato in una reggia lussureggiante, il Palazzo Dorato rimaneva un bastione imprendibile, protetto da mura massicce, accessibile solo da due strade, entrambe ben difese. Un gruppo di maghi era pronto ad intervenire in caso di attacchi meno…convenzionali.

C’era solo un problema.

Alcuni nemici non erano convenzionali.

 

 

MARVELIT presenta

KNIGHTS TEAM 7

Episodio 30 – Conflitto di interessi (parte 2 di 2)

Di Valerio Pastore

 

 

Il suo nome era Zura.

Gli restavano 32 secondi da vivere.

Secondi che stava usando per la contemplazione del cielo notturno, illuminato dalla sottile falce sanguigna di una delle due lune di Altro Regno, un cielo per la prima volta da tempo immemorabile libero dalle famose ‘montagne volanti’, grazie al potere di Stargod.

O così si diceva.

Il mago osservò le mille gemme delle luci della città portuale. Con o senza il dio-lupo, la pace a Oxàba aveva sempre prevalso. Questo nuovo dio, Set, non era un’entità da adorare, ma solo un’altra opportunità. Il Principato aveva accettato i suoi emissari in nome del mantenimento dell’ordine pubblico, non certo come atto di servilismo… “Mh?”

Fu il suono, ad attirare la sua attenzione. Un sibilo crescente, qualcosa che non aveva mai udito venire dal cielo. Zura sapeva che suono facessero le frecce e le bordate delle catapulte, o il volo radente di un dragone, ma questo era—

Zura vide l’oggetto precipitare verso di lui ad una velocità impossibile, un cilindro metallico dalla testa appuntita e la parte posteriore fiammeggiante. Sapeva di essere in pericolo, ma sapeva anche che non avrebbe fatto in tempo a formulare una protezione adeguata, ne’ una preghiera verso un dio che aveva abbandonato…

 

Il missile esplose con potenza devastante, trasformando l’intero bastione nord in un globo di fuoco. Pezzi di roccia di varie dimensioni volarono in tutte le direzioni, alcuni arrivando fino al porto. Un frammento colpì e spaccò in due pezzi una nave.

Al Palazzo Dorato, il panico fu indescrivibile. I suoi soldati potevano vantare un solido addestramento, ma un attacco improvviso e di quella potenza erano una realtà ben diversa dalle esercitazioni. La campana dell’allarme suonò freneticamente. I plotoni si mossero verso le loro postazioni, mentre i loro superiori cercavano disperatamente di capire quali ordini dare per combattere un nemico capace di infliggere simili danni con un solo colpo.

E tutti pensavano ad una sola cosa: possibile che finalmente Stargod in persona avesse deciso di punirli?

E avrebbero scoperto di avere sia ragione che torto.

 

Principe Andor!” il soldato irruppe nella stanza. “Principe Andor! Per favore, si svegli! Siamo sotto attacco… Ah! Mia signora!”

Le luci erano già accese. Una ragazza stava vestendo un bambino di appena dieci anni con una sgargiante tunica cobalto e oro, tutto sotto la supervisione di una donna alta quasi due metri. La donna, lunghi capelli neri venati d’argento, la testa cinta da un cerchio di argento incastonato di smeraldi, il corpo avvolto da un lungo abito che le lasciava scoperte solo le spalle, si rivolse al soldato con tono calmo, appena irritato. “Il Principe è al corrente della situazione. In pochi minuti sarà pronto per svolgere i propri doveri.”

L’uomo chinò rispettosamente il capo. “Reggente Aeria, la situazione è più grave di quanto lei immagina. Il bastione nord è stato distrutto. Con un colpo solo. Dovete raggiungere un rifugio sicuro.”

“Sciocchezze!” La donna mostrò un sorriso di sufficienza. “E mandare alla nostra gente il segnale che sua maestà sia un codardo? Capitano, cerchi di essere meno apprensivo. Non ci sono le orde alle nostre porte, mi sembra.”

“Reggente, la*Argh!*” L’uomo si irrigidì di colpo, come se fosse stato fulminato, poi si accasciò al suolo. Un attimo dopo, le sue fattezze divennero quelle di un mostruoso uomo-serpente.

“Credo che avrebbe dovuto dare retta al suo sottoposto, Reggente,” disse la tetra figura del Seminatore di Morte, entrando lieve come uno spettro. “Io sono uno dei Cavalieri di Stargod. E voi siete suoi prigionieri. Non si disturbi di chiamare la vostra scorta personale: è già abbastanza occupata.”

 

La lama squarciò la carne. L’uomo-serpente travestito da soldato cadde goffamente contro un soldato umano, imbrattandolo col proprio sangue nero.

Il demone felino che rispondeva al nome di Grigar mostrò un ghigno irto di zanne ai soldati dell’esercito personale del Principe Andor. Il rapporto di forze sembrava decisamente a suo sfavore, uno contro trenta soldati armati e pronti a tutto per difendere il loro signore.

Il guaio era che questi erano tutti umani. E Stargod aveva dato ordini precisi: niente sangue innocente, se possibile. E quel lupo sapeva quando gli si mentiva…

Ma non avrebbe dovuto porsi quel problema: il pavimento su cui stavano gli uomini si trasformò all’improvviso in una massa vischiosa! I soldati provarono a muoversi, a liberarsi, ma fu tutto inutile. I loro stessi movimenti si ritorcevano contro di loro.

Diablo, il sinistro alchimista, emerse da dietro una colonna. “So quanto tu apprezzi una buona battaglia, Balkatar, ma non abbiamo tempo per giocare.”

Grigar annuì. “Non chiamarmi più con quel titolo, sai che non sono più il campione del mio popolo.”

“Come vuoi. Speriamo piuttosto che gli altri siano all’altezza del loro compito.”

 

Gli ‘altri’ in questione erano Iron Monger e Avatar. Il primo, un robot dalla corazza argentea, un arsenale mobile. Il secondo, un ibrido il cui corpo apparteneva all’Empatoide e la cui mente era quella del terribile Agron.

Il loro compito era scompigliare le file delle armate della guarnigione del Palazzo Dorato. Agron, in particolare, era il solo fra i due che possedesse il potere per individuare gli uomini-serpente nascosti fra la gente. E il solo a poterne rimuovere chirurgicamente la presenza.

Appena un bersaglio veniva localizzato, l’occhio sinistro dell’androide si accendeva delle bioenergie di Agron. Poi partiva il colpo di plasma. A quel punto, l’agente infiltrato di Set non aveva semplicemente scampo, e veniva consumato come carta in una tempesta di fuoco!

Iron Monger non aveva problemi a fare la sua parte: le armi di quella gente consistevano di spade, lance, arco e frecce… Non si sarebbe mai abituato a muoversi in una mostra del medioevo. Gli bastava solo tirare pugni nel mucchio e dosare la forza per non uccidere nessuno, laddove le armi del nemico si spaccavano innocue contro la sua corazza.

Alla fine, anche gli ultimi resistenti capirono che non c’era molto da fare, e scapparono in tutta fretta.

“Questo è stato facile,” disse Richard Rennsaeler, ovvero l’omuncolo che era il corpo custodito nell’armatura. “Peccato che il capo si stia perdendo tutto il divertimento!”

 

Qualche minuto prima dell’attacco, il ‘capo’ scese le scale che dalla sua camera nella taverna portavano all’atrio che fungeva anche da locale. Sulle sue spalle stava un piccolo drago azzurro dalla criniera bianca.

La taverna era stata l’ultima tappa di una breve ricognizione di Stargod e dei suoi cavalieri, nelle loro identità civili, per saggiare lo stato e l’umore della popolazione del porto di Oxàba.

E quello che aveva udito e percepito non gli era piaciuto…

C’era un festino in corso. Chiasso, gran vociare, rumore di mandibole e vettovaglie portate e sgombrate a ritmo continuo. Nessuno fece caso a questo nuovo ‘ospite’, non fino a quando una cameriera non passò davanti alle scale. I suoi occhi si fecero enormi, il suo volto di un pallore spettrale. Pure, i sensi del bianco dio-lupo non percepirono paura, ma una grande eccitazione mentre lei lasciava cadere il vassoio carico di cibo. E mentre il vassoio toccava il suolo con un clangore metallico, lei cadde in ginocchio. “Stargod! Mio signore, sei qui finalmente!”

Fu come una reazione a catena. Alcuni ospiti che aspettavano di essere serviti guardarono con disapprovazione verso la donna…solo per vedere la ragione del suo comportamento.

La sala cadde istantaneamente in un silenzio di tomba. Stargod si chinò ad accarezzare una spalla della cameriera. Lei sollevò lo sguardo come a volersi dissetare dell’immagine della gloriosa figura lupina vestita della sua corazza smeraldo e oro, decorata dalle sue tante armi. “Ora alzati, ragazza.” La aiutò a sollevarsi tenendola per una mano.

Appena lei fu in piedi, poco più di una bambina nei suoi quindici anni, abbracciò con forza il suo dio, stringendogli la faccia al petto. Scoppiò in una lunga serie di singhiozzi che le squassarono il corpo. Non disse nulla, non ne ebbe bisogno: gli bastò sfiorarle la mente per vedere gli abusi subiti dai suoi genitori, colpevoli di averlo adorato, gli abusi subiti dai clienti che pretendevano da lei ben altri ‘servizi’ quando il suo turno di cameriera era terminato, abusi che su di lei avevano lasciato terribili e profonde cicatrici. Una bambina costretta a crescere nel modo più crudele. Una bambina che non aveva perso la fede e la speranza…

Stargod cinse la ragazza con un braccio, mentre sollevava la testa verso la clientela. Le sue labbra si contrassero in un lento e mostruoso ringhio, rivelando acuminate zanne, candide come il marmo. I suoi occhi verdi scintillarono della stessa luce sanguigna della Godstone che brillava alla sua gola.

I clienti seppero in quel momento che lui sapeva. Tre di loro, frequentatori regolari della taverna, beneficiari dei suoi ‘servizi’ extra, cercarono di fuggire. Nonostante fossero importanti rappresentanti della gilda dei commercianti, sapevano che nessun potere li avrebbe salvati. Il loro tentativo era solo un istintivo riflesso di conservazione.

Tutte le porte e le finestre si chiusero contemporaneamente. I tre uomini sbatterono contro la porta chiusa, e non valse a nulla ogni tentativo di aprirla.

Uno di loro cadde in ginocchio, implorante. “Stargod, mio signore—“ ma interruppe quel quasi rantolare quando il lupo ringhiò nuovamente.

Sempre tenendo a sé la ragazza, Stargod disse, “Voglio che lo sappiate. Voglio che lo capiate, prima di morire: e voglio che lo capisca ogni altra persona presente. Si sparga la parola: non me ne andrò fino a quando questa corruzione non sarà sradicata insieme ai vostri nuovi ‘alleati’.”

Poi, un solo colpo di energia investì i tre malcapitati, incenerendoli all’istante, lasciando solo le loro ombre sulla parete e la porta come in una tremenda fotografia.

Stargod spostò lo sguardo verso il resto dei clienti. Lo spostò in particolare su un uomo familiare, uno che aveva detto delle cose interessanti, quel giorno, quando credeva di parlare solo con uno studentello di nome John Jameson. Lo indicò con un dito artigliato. “Tu,” disse con calma. Contemporaneamente, una forza invisibile spinse l’uomo con violenza contro la parete. L’uomo grugnì di dolore all’impatto che fece volare via pezzi di calce.

Stargod gli si avvicinò. “Tu sai quanto mi sia caro il regno di Mournhelm. Ora dimmi perché stai spargendo menzogne sul suo operato.”

L’uomo tacque, mordendosi un labbro.

Stargod gli posò una mano sulla testa. “Posso estrarre queste informazioni senza sforzo, e fare in modo che sia estremamente doloroso per te. Oppure puoi essere sincero almeno con te stesso se non con i tuoi amici.”

A quel punto, l’uomo sorrise. “Onesto? Se loro sono i miei complici.”

“Cosa?”

“Mi hai sentito. Ma non siamo servi di Set come puoi pensare. Bell’’onniscienza’, la tua—“ urlò a squarciagola quando il suo corpo fu percorso da una intensa scarica elettrica. Si sentì tutti i muscoli soffrire di tremendi crampi. L’effetto fu breve, ma bastò.

“Stavi dicendo..?”

Ansimando, l’uomo disse, “E’ parte di una guerra commerciale per scalzare Mournhelm dalla sua posizione. Nonostante ci siamo guadagnati la nostra indipendenza dall’arcipelago, ancora a volte Mournhelm pensa di potere influenzare a proprio favore la gestione delle rotte, chiedendo sempre i moli migliori, e preferenze sulle pratiche di dogana. Non siamo più la loro colonia.”

“E per questo affondate le vostre stesse navi?”

“Hmpf. Navi con carico di scarso valore, con equipaggi di prigionieri e condannati a morte. Ci sbarazziamo degli indesiderati e allo stesso tempo otteniamo il nostro scopo. Per affondarle, usiamo la speciale polvere nera che ci fornisce un infiltrato presso la Gilda dei Mistici. E’ facile attribuire ai mistici di Mournhelm o addirittura al tuo potere queste improvvise esplosioni. L’arrivo di Set è solo una fortunata coincidenza, lui ci garantisce protezione contro le ritorsioni dell’arcipelago.”

“Capisco.” Naturalmente, Stargod sapeva che quel sordido individuo stava dicendo la verità: leggeva nella sua mente la conferma di ogni parola...a parte un solo dettaglio. E vederlo rinnovò la sua gelida furia. “Solo due cose: come mai mettete delle donne, anche incinte a bordo di quelle navi della morte?”

L’uomo perse improvvisamente ogni baldanza, mentre guardava la ragazza ancora abbracciata al suo dio e poi le ‘ombre’ dei tre commercianti. Era stato lui a mettere la madre di lei su quella nave… Tuttavia, rispose senza esitazione, “Alle donne non è concesso tradire i loro mariti, ne’ di farsi ingravidare prima del matrimonio. Sono crimini anche quelli.” In realtà, la sua paura veniva dal sapere che non era per quello che quella donna in particolare, gravida della sorella della ragazza, era stata condannata…

“La madre di questa innocente è stata imprigionata con una falsa accusa, per permettere a tuo fratello di rilevare la taverna. Le vostre leggi sono un abominio, e tu e quelli come te le hanno usate per fare cose anche peggiori per i propri fini. Pensi che le donne siano solo oggetti per il vostro piacere, giumente per trasmettere i vostri geni malati.”

“Io…” La voce dell’uomo si spense in un ultimo rantolo. I suoi occhi rotearono all’indietro, la sua espressione si fece completamente vacua.

Stargod lasciò la presa telecinetica, e lo lasciò scivolare a terra. La testa dell’uomo cadde in avanti, un filo di bava a colare sulla gamba di un corpo afflosciato come un sacco.

“Allora vivi il resto dei tuoi giorni come una creatura indifesa e inetta. Quanto a voi…” disse agli altri, terrorizzati presenti, “Non ho tempo da perdere a distruggere il cervello di ogni criminale che complotta contro me o i miei alleati. Ve lo ripeto un’ultima volta: spargete la voce. Che le vostre attività cessino, e in cambio vi aiuterò a ripristinare gli equilibri commerciali con Mournhelm. O non vivrete un solo giorno in più. E quanto a questa ragazza, da oggi sarà lei la padrona della taverna come sua madre aveva inteso. Lei gode della mia protezione. Spero di essere stato chiaro.”

La porte si aprirono, e i clienti si riversarono in strada come se li stesse inseguendo il demonio in persona.

La ragazza fece per inginocchiarsi, ma lui la trattenne. “Non ne hai bisogno, piccola Lyam. Ora occupati dei tuoi affari, hai tanto da fare. E presto, ci saranno altri clienti a sostituire questa gente. Intanto, accetta questo come aiuto per ricominciare.” Ad un suo gesto, due pile di monete d’oro apparvero sul tavolo vicino.

Lyam fece tanto d’occhi. “Io… Grazie di cuore, mio signore.” Poi, esitò prima di aggiungere, “Mio signore… Mio fratello…”

Stargod annuì. “So dov’è. Ed è ora che lo incontri. Ora ascoltami bene, piccina: fra poco i miei cavalieri sferreranno il loro attacco al Palazzo Dorato. Resta qui qualunque cosa succeda, mi sono spiegato? Nelle strade sarà troppo pericoloso.”

“Farò come dici. La mia vita per te, Stargod.”

“Mi basta che tu viva,” le sorrise lui, prima di incamminarsi verso l’uscita.

 

 

Nel momento in cui mise piede fuori dalla taverna, udì l’esplosione che annunciava la fine del bastione nord del Palazzo Dorato. Poco dopo, alcuni frammenti di roccia caddero sulla città. Un masso distrusse una nave come fosse stata un giocattolo. Con un gesto, il dio-lupo la ricostruì –inutile causare inutili danni ad altri commercianti.

Il panico era seminato. La gente, interrotte le sue attività, si mise a correre nelle proprie case. Pochi fecero caso alla solenne figura che procedeva con calma verso i resti della sua chiesa. Qualcuno, alla fine, alla sua vista, si fermò e cadde in ginocchio, formulando il suo saluto. Stargod ricambiò con una carezza mentale, che fu per quella gente come una scarica di endorfine. Allo stesso tempo, diede loro mentalmente istruzioni di mettersi al sicuro. Non voleva rischiare vittime innocenti quando avesse incontrato…

Gli uomini-serpente.

Mescolati fra la folla. Umani agli occhi dei presenti che affollavano la strada. Fin troppo visibili agli occhi del loro nemico. E l’aura del dio serpentino a sette teste che si stagliava su tutta la città, imponente, immenso e furioso.

Stargod sorrise con i denti. “Ora sei sul mio territorio, mostro.” E sollevò di colpo il pugno, come a volere colpire il cielo! Un fascio di energia scarlatta venata di un bagliore accecante si staccò dal suo corpo come una cometa. Raggiunse il cielo, e si divise in tanti shrapnel, una pioggia letale che colpì con assoluta precisione ogni singolo infiltrato. Per quanto la folla a quel punto si fosse trasformata in un fiume impazzito, gli uomini-serpente furono trapassati, colpiti al cuore, alla testa, in molteplici punti e sempre con lo stesso effetto: dapprima le loro fattezze furono rivelate e subito dopo furono ridotti in nuvole di cenere, solo i loro abiti a muta testimonianza della loro esistenza.

La folla si era dispersa. Le guardie no: un drappello di uomini pallidissimi, alcuni di loro poco più che ragazzi, armati di alabarde, si frapponevano fra il dio ed il suo obiettivo.

Stargod avanzò. “Voi sapete chi sono, vero?”

“E’ la legge del Principato, signore,” rispose una guardia anziana. “Non…non sono ammesse azioni di disturbo della quiete pubblica in questo territorio, signore. Neppure un dio può violare la legge, signore.”

“Questo non vi ha impedito di accettare la presenza di Set.”

“Solo a fini commerciali, signore.” La guardia deglutì. Diceva la verità, almeno dal suo punto di vista. O ci credeva veramente, o gli avevano propinato una bella menzogna. Sia come sia, Stargod non poteva fare loro del male per essere ligi al dovere. “Perché avete permesso che la mia chiesa venisse distrutta ed i miei seguaci perseguitati?”

“Tentavano di influenzare la nostra politica di neutralità. Era contro la legge, signore.” E di nuovo, per quanto ne sapevano questi soldati, era la verità. Gli ordini erano stati eseguiti molti anni addietro, su ordine dei regnanti di allora.

“Capisco. Cercherò di rispettare tale condizione, allora.”

“Ah…davvero?” Le guardie sembrarono rilassarsi.

“Ma non intendo lasciare da soli coloro che in me credono. Perciò, vi chiedo scusa per questo.” Un brillare di occhi, e le guardie furono schiacciate contro le pareti degli edifici vicini come pezzi di metallo contro una calamita. Stargod proseguì il cammino.

Da quando aveva lasciato il confino dell’Interregno, dopo essere stato portato al coma dal veleno di Set, era diventato molto più facile gestire il potere divino. Da una parte, ne era preoccupato: doveva sempre ricordare che lui era nei fatti un dio, ma che era ancora un terrestre che solo da poco aveva accettato di ricoprire il ruolo di guida in un mondo alieno –anche se qui aveva trovato uno scopo e un compagno. Dall’altra, era più che contento di avere il potere di combattere i mali che affliggevano questa sua nuova casa senza i limiti con i quali era cresciuto sulla Terra.

O i limiti che avrebbe dovuto avere lui?

Avrebbe dovuto seriamente rifletterci, appena terminata questa missione… A volte si chiedeva se davvero non ci fosse un altro inquilino nascosto fra i suoi pensieri.

Arrivò davanti alla chiesa. Provò un moto di tristezza alla vista dell’edificio diroccato, la facciata che dava sulla strada ridotta a scarni cumuli di granito. In quella che doveva essere stata la navata campeggiava una statua che lo raffigurava, o meglio i suoi frammenti.

“Max,” chiese al drago appollaiato sulle sue spalle, “come era questo posto, prima?”

“Guarda nella mia mente, e lo saprai, mio amato.”

E lui lo fece. Ogni volta, era come entrare a contatto con gli stessi elementi dell’aria di cui la razza del suo drago era dominatrice. Gli dava una sensazione inebriante, di libertà. E ogni volta gli ricordava il suo giuramento personale di non entrare mai nella mente del suo compagno di vita senza averne il permesso…

Eppure, non esitava a usare tale potere contro gli altri.

Quando necessario.

“John, stai bene?” la voce di Max fu come una scossa. Lui agitò le orecchie. “Scusa. Mi ero…perso.” Evocò l’immagine proiettata dal drago. Chiuse gli occhi, e si concentrò per farne realtà.

Quando li riaprì, la chiesa era lì, come se fosse stata appena costruita, sgargiante nei suoi marmi nei colori verde, oro e bianco. Due lupi rampanti di marmo bianco a fronteggiarsi guardavano l’entrata. Fuochi azzurri brillavano nei piatti metallici delle lampade. La statua del dio, la spada levata nel saluto guerriero, vigilava sulle panche in legno disposte in semicerchio.

“Così va meglio, non credi?”

“Penso di sì, John. Anche loro lo pensano.”

“..?” lui si voltò. E si trovò a fronteggiare una folla di almeno una trentina di persone, tutte in posizione reverente su un ginocchio, come tanti cavalieri in attesa dell’investitura. “Oh.”

Anche i soldati non sapevano che fare. Se avessero attaccato quella folla, rischiavano letteralmente l’ira divina, ma gli ordini…

Stargod risolse il problema per loro. “Alzatevi,” disse ai suoi fedeli. Quelli obbedirono all’unisono.

Uno di loro, un uomo che di inverni doveva averne visti parecchi (se su quel pianeta ci fossero state le stagioni), si avvicinò e prese una mano del dio-lupo fra le proprie, rugose e nodose.

“Avevamo sentito del tuo ritorno, ma tanti di noi temevano che ancora una volta sarebbe stato un altro episodio breve in questi lunghi giorni di terrore. E invece…”

“Questa volta non vi lascerò. Non abbandonerò ne’ voi ne’ il mio mondo.” E questa volta fu lui stesso a mettersi in ginocchio. “Saprete perdonarmi per la mia assenza?”

La folla, muta, si alzò in piedi con un frusciare di vesti. Passò quasi un minuto, durante il quale dozzine di occhi scrutarono quella figura di infinito potere e di tale umiltà da chiedere perdono a coloro che per lui avrebbero dato la vita senza pensarci su un attimo.

E con una sola voce, ruggirono la loro approvazione. Intonarono in coro il suo nome, fino a che la loro voce sembrò riempire tutta la città…

 

“Prigionieri..?” La donna sollevò rapidamente un braccio. Un colpo di energia eruttò dalla sua mano. “Folli!

Il colpo attraversò la spettrale figura nera.

“Non sprechi le sue forze contro di me, reggente. Sarebbe meglio per voi cooperare.”

“Una ben scarsa cooperazione è quella che viene dall’uso della forza,” disse il Principe Andor, avanzando di un passo.

“Vostra maestà…” tentò la donna. Lui le fece cenno di tacere.

“Posso parlare per me stesso, mia cara. Non ti accuserò di non avere fatto il tuo dovere.” Il bambino proseguì verso il Seminatore di Morte…e lo superò passandogli attraverso. “Seguitemi in una stanza più…appropriata. Credo ci siano molti equivoci da appianare.”

Sotto il suo sinistro aspetto, Mary Elizabeth Sterling era affascinata dai modi adulti in quel giovane corpo. Si era aspettata un moccioso inetto, un fantoccio manovrato dai suoi ‘tutori’ e non certo quella figura così carica di saggezza…

Sia come sia, seguì con passi silenti il Principe. “Difficilmente la collaborazione con Set può essere considerata un ‘equivoco’.”

Intanto, anche gli altri Cavalieri erano arrivati. Grigar, in testa al gruppo, alla vista dell’imperturbabile figura infantile, ringhiò minaccioso. “Le tue fattezze non nascondono la verità, umano!”

“Ne’ intendo farlo, creatura. Ora cessa questo insensato attacco, o ne subirai le conseguenze.” E prima di ottenere risposta, i suoi occhi brillarono.

Un colpo psicocinetico di incredibile potenza sbatté via il demone felino insieme al resto del gruppo giù per la rampa di scale.

“Che diamine..?” fece Iron Monger, rialzandosi.

Andor riprese il suo percorso lungo il corridoio. “Vi concedo una tregua, ora che avete imparato che non sono indifeso come pensate. Seguitemi, e saprete.”

 

Le ampie porte si spalancarono. Il Principe entrò per primo, seguito a breve distanza dai suoi ‘nemici’. “Si tratta di una finzione necessaria: il popolo si sentirebbe a…disagio con un mistico che ha guadagnato l’immortalità, e questo minerebbe la mia posizione.” Fece un cenno verso una sedia, che si spostò da sola. Lui levitò fino a sedervisi. Ad un altro cenno, altre cinque sedie si spostarono per permettere ai Cavalieri di sedersi. A quel punto, riprese il discorso. “Il mio attuale nome lo conoscete. Il mio vero nome è Yandorr. Nacqui milleduecento anni fa nel regno di Mournhelm, dove vissi come il figlio di un semplice commerciante.

“Mia madre morì dandomi alla luce. Crebbi e vissi sulle navi della flotta di mio padre. Nel corso degli anni, ogni porto di Altroregno divenne la mia casa. Mio padre voleva che imparassi le arti del commercio, e in questo non lo delusi; ma non era mia intenzione gestire la sua attività fino alla fine dei miei giorni. Piuttosto, usai la mia posizione per acquistare i materiali riservati alle gilde dei mistici. Altroregno è un mondo grande, e non intendevo finire i miei giorni senza essere diventato parte della sua storia.

“Col passare degli anni, studiai e appresi i segreti più nascosti della magia, fino a quando non appresi come fare della mia mente la mia risorsa e la mia arma più potente. Non potevo commettere l’abominio di vincere il tempo stesso, così imparai a trasferire la mia essenza, le mie conoscenze ed il mio potere da un corpo all’altro quando la necessità lo richiedeva, non importa se a quel punto fossi un vecchio decrepito o ancora un giovane nel pieno della sua vitalità.

“Dopo molte avventure, decisi che era giunto il tempo di costruirmi un regno, e l’occasione si presentò quando Mournhelm fondò la colonia di Oxàba. Quando la sua gente reclamò l’indipendenza, io fui fra i propositori e i firmatari del patto di neutralità commerciale. E fui nominato da Stargod in persona quale primo Principe. E quando l’età mi ‘portò via’, mio figlio accolse la mia essenza. Una pratica che continua ancora oggi.”

“Perché ci stai dicendo questo?” chiese Diablo, ancora dolorante per il colpo di prima.

“Perché questo Stargod ve ne parlerà. E’ inevitabile. E non credo che la cosa sarà per lui fonte di preoccupazione, così come non lo è stata per i suoi predecessori. Non gli ho giurato fedeltà, ma gli promisi che non avrei mai violato la neutralità. E nel corso dei secoli Oxàba ha servito i suoi fedeli come i suoi nemici senza discriminazioni.”

“La tua alleanza con Set…” tentò Avatar, cioè il nativo di Altroregno che insieme ad Agron condivideva il corpo dell’androide.

Il bambino/uomo rise. “Quale alleanza? Ogni emissario del dio-serpente è qui in semplice visita, non vi è stata alcuna violazione delle nostre leggi…fino a quando voi ed il vostro dio non le avete violate per primi!” la sua voce si tinse di una rabbia da adulto. “Cosa vi ha dato l’arroganza di venire a dettare legge qui? Perderemo innumerevoli affari a causa delle vostre interferenze! Dovrei schiacciare le vostre teste come uova solo per essere venuti qui a diffamarmi come un mucchio di bambini capricciosi!” Andor respirò profondamente, poi ritrovò la calma. “Ma se è vero che Set è un dio potente, solo uno sciocco può sfidare il potere di Stargod. Già adesso sento i suoi fedeli cantare le sue lodi.

“Perché credete che abbia scoraggiato il suo culto? La neutralità ha un prezzo. Non ci sono deroghe che tengano, lo stesso dio-lupo lo ha capito e ha smesso da tempo di presenziare in questo Principato.”

“Un prezzo che a volte può essere troppo alto,” disse la voce del lupo. La sua figura emerse dall’ombra, i fuochi delle torce sulle pareti a disegnare arabeschi sulla sua armatura. “Comprendo le tue necessità, Principe. E so quanto sia importante che il Principato resti neutrale. Ho studiato le menti dei commercianti, dei cittadini. Ma set non è interessato a mantenere tale status: se finora ha ‘rispettato’ gli accordi è stato solo per studiare le vostre debolezze.” Si fece da parte, rivelando il cadavere di un uomo con indosso un’armatura d’ebano, dalla carnagione pallida come di colui che in tutta la vita fosse vissuto in quasi totale assenza del benefico sole. “I suoi seguaci di Mur-Argoran hanno capito che la conquista del Principato avrebbe creato una fazione contro cui combattere apertamente. Per questo gli uomini-serpente si sono premuniti di sostituire gradatamente la popolazione, uno per uno.” Lanciò un oggetto sul tavolo.

Il Principe-bambino prese l’anello d’oro con su il sigillo del Principato. Ne studiò l’incisione all’interno. “Questo apparteneva al comandante della guarnigione di questo palazzo. Come..?” E in risposta, seppe degli infiltrati, del loro numero, delle loro posizioni in ogni parte del tessuto sociale… E di come fossero stati eliminati.

“Il loro numero era ancora scarno,” disse Stargod. “Mur-Argoran non poteva correre il rischio di farsi scoprire. Set sapeva della tua vera natura, Principe. In fondo, anche lui è un dio molto potente.”

Andor ripose l’anello sul tavolo. “Capisco. Ti ringrazio dell’intervento tuo e dei tuoi Cavalieri, e per questo concederò ai tuoi adoratori di ripristinare i loro riti. Nessuno più li disturberà.”

“Un’altra cosa.”

Il bambino inarcò un sopracciglio.

“Le donne.”

“Prego?”

“La vostra cultura, le vostre leggi, permettono un trattamento molto sgradevole alle donne, quale che sia la loro età o stato sociale, se si eccettuano i membri della Corte. Deve cambiare. E per quanto io sia tentato di trasformare i vostri stessi pensieri in merito, lascerò che siano i tuoi editti a fare il primo passo. Sono intervenuto direttamente per aiutare una ragazza di nome Lyam, proprietaria dell’Ostello del Porto Vecchio. Secondo le vostre leggi, lei non può gestire una tale impresa se non sposata. La prima eccezione alla legge comincerà da lei.”

“Divertente,” ridacchiò Andor. “E se decidessi di fare un falò del tuo ‘consiglio’? Come ho detto, non apprezzo che qualcuno detti legge nel mio regno. Ma se questa Lyam di cui parli è sotto la tua personale protezione, allora ripristinerò una vecchia legge che le permetterà di dare ospitalità e cibo ai soli membri del culto. Ma dovrà pagare lei l’installazione di ogni ammennicolo che riqualificherà l’Ostello in Dispensa della tua chiesa. Per il resto, se non ti piace come governo il Principato, puoi sempre tentare di scalzarmi o costringermi ad eseguire le tue volontà, giusto?”

Fu a quel punto che Diablo ridacchiò, guadagnandosi lo sguardo di due paia di occhi ostili. Sollevò le mani. “Buoni, bambini. Siete davvero pronti a farvi la guerra per una simile sciocchezza?”

“Le mie leggi—“

“La dignità della gente—“

L’alchimista si alzò in piedi. “Lasciatevelo dire da qualcuno che ha testimoniato i cambiamenti storici. Da dove vengo, i miei nemici mi intrappolarono in una cripta per diversi secoli. Quando ne emersi, il mondo che conoscevo era andato avanti, cambiato oltre le mie aspettative ed i miei timori. Da studioso quale sono, invece di impazzire, studiai attentamente la storia che era trascorsa. E ho imparato una cosa: i principi sono polvere.

“Quello che oggi date per scontato come valore morale non è che una tendenza del momento, non un valore assoluto. Etnie, sesso, leggi… E’ tutto così mercuriale che se la mente dovesse accettarlo ne andrebbe in catalessi. Per questo ogni generazione perpetra tanto le virtù quanto i peccati: per darsi una coesione sociale, una ragion d’essere. Certi cambiamenti sono solo frutto di convenienza.

“Tu, Yandorr, ti sei fossilizzato su leggi e principi vecchi, perché alla fine sei sempre il rappresentante di uno strato sociale poco illuminato. Hai scelto l’immortalità per non cambiare, e il tuo piccolo mondo riflette questo stato mentale.

“Tu, Stargod, pensi di potere influenzare, se non imporre, il cambiamento dando fin troppo credito all’aspirazione verso altri valori. Tu sei il riferimento morale per chi ti adora, ma se diventi il fulcro del loro cambiamento creerai una generazione di fanatici che in tuo nome si costruiranno nuove identità sociali a seconda del loro comodo, non delle loro necessità.” A quel punto, in un silenzio attonito dei suoi interlocutori, tornò a sedere. “Il cambiamento avviene. E’ generazionale, spontaneo, lento se lasciato a sé stesso, nel bene o nel male. Cercare di frenarlo porterà solo ad un trauma violento. In questo, Principe, ora un cambiamento è avvenuto dopo tanti secoli di repressione del Culto di Stargod. Lo assecondi, lo integri alle sue leggi, e la sua neutralità sopravvivrà. O dovrà prepararsi per la rivoluzione, e non è una minaccia. E’ un fatto.

“Stargod, hai già fatto la tua piccola rivoluzione con questa…Lyam. Ora lascia che sia lei ad affrontarne le conseguenze quali che siano. Lei crede in te, ma se tu credi in lei, allora sii testimone e non familiare. Dio non è un padre di famiglia, è un amico su cui contare.”

Se gli sguardi avessero potuto uccidere…

Diablo, i gomiti sul tavolo, fece spallucce. “Allora?”

 

La nave salpò all’alba. A bordo, Stargod e i suoi Cavalieri stavano sul ponte senza più nascondersi dietro le loro identità segrete. Nel cielo, Max volava nella sua piena forma di grande drago.

 “Mi hai dato molto da riflettere, Estaban,” disse il dio-lupo, appoggiato al parapetto. “Nei rapporti dei Vendicatori, non si fa cenno a questa tua…saggezza.”

Diablo inspirò l’aria ricca di salsedine, così pura rispetto a quella inquinata della Terra. Gli ricordava la brezza che spirava verso il suo castello… “Sono uno stregone, un assassino, ho intrecciato la mia vita con quella di Dracula, ho combattuto contro molti ‘supereroi’… Ma non sono uno stupido, Jameson. Molti errori, come lady Sterling mi fece notare una volta, li commisi cercando di aggrapparmi a modi di pensare superati. A volte anche la gente come me impara qualcosa dall’esperienza. E tu, John? Con i tuoi principi riesci ad accettare la mia presenza in questo gruppo?”

“La prima volta che ti vidi, fui tentato come minimo di rispedirti in casa dei Fantastici Quattro seduta stante. E non credo affatto che tu abbia la stoffa dell’eroe o del buon samaritano. Ma so che sei abbastanza intelligente da fare la cosa giusta, in questo mondo. Dopotutto, sei qui, sei di aiuto: imprigionarti sarebbe solo uno spreco dei tuoi talenti, ed avrei un nemico in più.”

“Sei pragmatico. Mi piace.” Gli diede una pacca sulla spalla, ritirata subito quando ricevette un ringhio di avvertimento.

“Non esageriamo con le confidenze,” brontolò Stargod, per mostrare un mezzo ghigno subito dopo. “E poi, non sei il mio tipo.”

La risata di Diablo echeggiò a lungo.